Today we are proud to introduce you another thePinkSnout’s friend: azt. He is a gay, HIV+, italian artist that lives and works in Bologna. His interest for photography made him first develop the most narrative aspects of the medium. From 2007 he dedicates almost exclusively to portray naked men with the many male nudes series.
He produced many artist books and published his works in contemporary art magazines and catalogs.
He exhibited in museums, private galleries and non-profit spaces in Europe and United States.
His works are included in important european and international art collections.

In this interview in italian that he kindly give us he speaks about his reasearch about the most personal and erotic aspects of his subjects. Since his adolescence azt has followed contemporary art and has been fascinated by a Richard Avedon’s image entitled “Andy Warhol and Members of the Factory, 30 October 1969“. Other influencers were Franko B, Ron Athey, Orlan, Marcel-lí Antúnez Roca, Janieta Eyre, Stelarc and many others artists associated with body art and with extreme performance art. Through their physical nudity, he unveils a male universe that strongly differs from rules and stereotypes imposed by fashion and mass culture. Bypassing cultural superstructures, he displays an image of personalized, intimate and strongly politicized masculinity. Every body’s detail is important for him. His portfolio collects also a long series of nude selfportraits where he brutally represent himself with no hesitation, no filter in unorthodox ways”. On his back he has tattoed some words from ‘Le Condamné à Mort by Jean Genet’

Having a poem tattooed on your own skin means that you yourself become that poem and being a poem opens a door that lets the text into the intimacy of your daily life.

Photo gallery below
Official Website http://azetati.net/
Books http://it.blurb.com/user/azt

azt è un artista italiano gay hiv+ che vive e lavora a Bologna
Dal 2007 si dedica esclusivamente al ritratto di nudi maschili. Questa l’intervista che ci ha gentilmente concesso.

THE PINK SNOUT Ciao azt, parliamo un po’ di te e del tuo background. Cosa fai nella vita, sei fotografo di professione o questa è solo un’espressione della tua personalità?

Amo definirmi un artista, come hai ricordato tu, gay e HIV+, più che un fotografo. Sicuramente nel mio lavoro la fotografia ha un peso predominante ma non è l’unico linguaggio che utilizzo. Il mio progetto più ambizioso e a lungo termine, ad esempio, non è un progetto fotografico.

Il tuo lavoro fotografico è prevalentemente dedicato a nudi maschili. Quali sono le tue fonti di ispirazione? Al giorno d’oggi c’è Tumblr ma nella tua adolescenza se l’hai vissuta in italia era più difficile reperire cataloghi artistici o magazine dedicati a questa tema, dove e come ti sei formato artisticamente?

Sin dall’adolescenza nutrivo un amore viscerale per l’arte contemporanea e non perdevo occasione per sfogliare cataloghi di artisti che usavano il nudo maschile nei loro lavori. Le esperienze che mi hanno procurato una svolta sono state due. La prima avvenne durante alcune lezioni di scultura che seguivo nello studio di un maestro bolognese. In un momento in cui mi ritrovai solo, vidi un catalogo con una fotografia a doppia pagina di Richard Avedon intitolata “Andy Warhol & Members of the Factory, NYC, October 30, 1969”. Quell’immagine era un vero e proprio manifesto: figure vestite e nude (in alcuni casi le stesse persone apparivano nell’una e nell’altra veste), di generi diversi, spesso ambigue, riprese per quello che erano, senza idealizzazioni, senza mascheramenti. Fui folgorato, fotocopiai la pagina e ancora la conservo come una reliquia. Poi vennero gli anni degli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna e soprattutto della collaborazione con la rivista Virus Mutations per la quale ho scritto e lavorato come redattore per un paio d’anni, a stretto contatto con Francesca Alfano Miglietti e Cesare Fullone, due veri maestri. Alla redazione di Virus all’epoca arrivava l’arte contemporanea d’avanguardia, il meglio. Conobbi il lavoro di artisti geniali che usavano il corpo come asserzione di una mutazione in corso nell’umano (Franko B, Ron Athey, Orlan, Marcel-lí Antúnez Roca, Janieta Eyre, Stelarc e tantissimi altri). Venivano definiti “estremi” sulle riviste d’arte più famose, per noi erano invece romantici e classici. Poi c’erano personaggi pazzeschi che ogni tanto capitavano in redazione, di ogni genere e specie vivente, è stato davvero divertente ed estremamente formativo. Sono esperienze che ti cambiano per sempre, altro che Tumblr!

Nel tuo mondo ideale non esistono vestiti nè vergogna nè censura. I tuoi modelli non sono uomini da copertine patinate e riesci comunque a trasmettere in ognuno di essi una carica erotica molto forte. Come scegli i tuoi modelli e come ti approcci nei loro confronti per catturare la loro intimità e convincerli a essere interpreti del tuo immaginario?

Si, è vero, il mio mondo ideale è così! Infatti a volte definisco le mie immagini “fantascienza”, soprattutto quando mi dicono che sono “una sorta di Arcadia”. Uno dei miei sforzi principali è quello di non rappresentare un modello univoco di corpo maschile. Anche l’uomo, come è stato sempre per la donna, è vittima di una serie di stereotipi e imposizioni che determinano la sua rappresentazione, come se ci fossero corpi “accettabili”, “rappresentabili” e corpi invece da non mostrare. Ecco, a me piace mostrarli tutti, perché credo che tutti i corpi siano bellissimi, ognuno a modo suo, proprio per la loro diversità. La bellezza, per me, nasce esattamente dal punto in cui un corpo si discosta da quell’immagine che tu definisci “da copertina patinata”. Rispetto a qualche anno fa, forse, adesso le cose stanno un po’ cambiando, c’è più sensibilità per l’argomento, ci sono attiviste e attivisti che lavorano proprio su questi concetti, ma a mio parere la strada da fare è ancora molto lunga. C’è un sacco di gente che pensa ancora di avere la verità rivelata in tasca su cosa sia universalmente “bello”.

I dettagli del corpo sono una parte importante del tuo lavoro e non c’è corpo che non abbia una sua bellezza intrinseca. Come nasce un tuo scatto?

Questo dovresti chiederlo alle mie macchine fotografiche, sono loro che fanno tutto il lavoro! Scherzi a parte, dipende dal lavoro, dal progetto in corso, non è sempre la stessa cosa. Di sicuro molti scatti in dettaglio nascono in maniera quasi performativa, sono una sorta di documentazione della mia esplorazione del corpo che ho di fronte. Mi lascio affascinare dai dettagli, una ruga, una curva, una vena, la pelle del prepuzio, un angolo della bocca, i peli, l’ano, le dita ed è come se scivolassi lentamente su quel corpo, una sorta di navigazione seguendo la corrente. E ogni tanto faccio click.

Gli ultimi tuoi lavori se non sbaglio sono focalizzati esclusivamente sull’autoritratto e noto una maggiore drammaticità in questi lavori anche negli ultimi scatti. Spiegaci il tuo lavoro di introspezione con la rappresentazione di te e come mai hai accantonato i ritratti di altri? Da cosa è scaturito questo cambio di visione?

In realtà da sempre ho lavorato col mio corpo, forse anche più che con quello di altri. È iniziato tutto da lì, perché prima di avere il coraggio di chiedere a qualcuno di posare per me usavo ciò che avevo sotto mano, ovvero me stesso. Non ho accantonato nulla, forse tu ti riferisci al fatto che i miei autoritratti sono più visibili su alcuni social network mentre le foto di altri uomini sono più presenti sul mio sito. In effetti qualche anno fa ho anche raccolto in un volume una scelta di cinque o sei anni di autoscatti. Si intitolava “Pain is important” e Peter Weiermair mi scrisse una bellissima prefazione. La cosa interessante è che col mio corpo riesco ad essere molto più spietato che con quello altrui. Lavorando col mio corpo non c’è davvero nessuna remora, nessun filtro, posso rappresentarmi nei modi meno ortodossi. Forse la drammaticità di cui parli nasce da questo. Non ho bisogno di sembrare nè bello, nè carino, nè giovane, nè in forma, non mi interessa, non fa per me. Raggiungo un livello di crudezza molto alto rappresentando il mio corpo, ma mi sto impegnando per cercare di fare lo stesso anche con i corpi degli uomini che fotografo, quindi dovranno iniziare a preoccuparsi davvero!

Sulla tua schiena hai tatuato la lettera del condannato a morte di Jean Genet. Hai voluto incarnare la poesia in te stesso e anche nelle tue installazioni la parola scritta è molto importante. Parlaci di queste scelta

Il tatuaggio che ho sulla schiena è la prima parte (è incompiuto, per ora) della poesia di Jean Genet “Le condamné à mort”. È una poesia a cui sono particolarmente legato, forse quella che ho più letto nella mia vita e ad un certo punto ho voluto incarnarla, diventare io stesso quelle parole (cosa ovviamente impossibile), trasformare la mia pelle nella pagina su cui quelle parole sono scritte. La parola è sempre stata fondamentale per me, intanto perché amo scrivere e in alcuni periodi della mia vita la scrittura è stata la mia attività principale, poi per via della connotazione fisica che la parola ha, il suono, l’incarnazione di un concetto in un corpo. Si, forse il corpo e la parola sono i due poli che si attraggono e a volte si incrociano nel mio lavoro. È irresistibile per me. Ma, come dici precisamente tu, è proprio la parola, più che la narrazione ad esercitare questo fascino. La narrazione la esprimo con l’immagine, la parola diventa quasi un assoluto, è un piccolo corpicino che apre un universo, una dimensione alternativa. E ce ne sono infinite!

Alcune tue fotografie potrebbero avere un impatto inquietante in chi le osserva. È questo uno dei tuoi scopi? o quali sono le sensazioni che vuoi suscitare nei tuoi lavori?

Voglio essere franco con te, perché amo molto il tuo sito e il lavoro che fai, quindi cercherò di premiarti, a modo mio: quando le persone mi dicono che i miei lavori sono “inquietanti” mi fanno un po’ sorridere. Può essere, certo. Il livello di sensibilità all’inquietudine è personale. Io ad esempio trovo inquietanti (anzi molto preoccupanti!) quelle immagini di uomini tutti uguali, giovani. muscolosi, allenati, snelli, sodi, attivi, solari, in pose identiche, con look identici, tutti finti come se fossero di plastica, tutti che cercano di sedurre, di far vedere quanto sono fighi e boni. Una noia mortale! Ma anche un problema politico, si POLITICO. Ecco, se chi segue questa estetica stereotipata trova inquietanti i miei lavori sono contento, è bene che queste persone si inquietino, che vedano quanta poesia c’è in una smagliatura! C’è la vita di un corpo, la storia di una persona nelle sue smagliature! Il mio lavoro parla dell’umano, l’umano è nudo, è sesso, è morte, è paura, struggimento, bellezza, poesia, pensiero, meraviglia, sogno e incubo. L’umano è brufoli, nei, punti neri, venuzze, pieghe e macchie sulla pelle. Il resto è plastica, photoshop, automi. Noia.

Come risuona in te il termine “queer”? Che definizione gli daresti?

Risuona bene, risuona molto forte, è un’eco profonda che entra nelle viscere, scorre nel sangue e si insinua nei corpi cavernosi. La definizione di “queer” l’hanno data nel tempo autorevoli studiosi e militanti che stimo e ammiro sopra ogni cosa. Per quanto mi riguarda tutto ciò che di discosta dalla “norma” ed è contro la “normalizzazione” non può che suscitare la mia passione e il mio entusiasmo. Ammetto che non sono un fondamentalista però, soprattutto per quel che riguarda i termini con cui mi definisco. Per quanto ami la cultura e l’immaginario queer amo definirmi proprio gay, ne sono orgoglioso, non lo sento un termine “limitante”, dice in modo gentile ciò che sono: un frocio, come tanti altri.

 

Official Website http://azetati.net/
Books http://it.blurb.com/user/azt

Written by garagiu

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